Sono Stati e fanno la guerra

CONSIDERAZIONI SUL TERRORISMO DI STATO DOPO I FATTI DI PARIGI

L’ISIS è innanzitutto uno Stato e come tale andrebbe considerato. Il suo fine non è il terrorismo, ma l’espansione dei suoi domini per il controllo economico e culturale dei territori e dei popoli. Questa pratica è comune a tutti gli Stati e la storia lo insegna. Lo Stato di per sé è violento, sanguinario, fa la guerra, pratica il terrorismo. L’ISIS pertanto andrebbe preso in considerazione come un vero e proprio Stato che attraverso il terrorismo armato, utilizza la propria manovalanza volontaria per espandere i propri confini e la propria potenza. 


1185454591745_lettere_4_okSono passati vari giorni dal sanguinario attentato di Parigi e mesi da quello precedente che ha distrutto Charlie Hebdo, entrambi rivendicati dai nazi-islamisti dell’ISIS. Così dopo le varie prese di posizione sia del mondo partitico che di quello dell’opinione pubblica, e dopo lo sciacallaggio mediatico per fini elettorali, è necessario fare alcune considerazioni che vadano più a fondo rispetto all’insufficiente sentimentalismo post-attentato. La prima cosa che mi viene da dire è che come Holland, Renzi, Obama e Cameron, così come la maggior parte dei padroni di Stati occidentali, anch’io credo che siamo in guerra. Ciò che mi allontana da loro è l’idea di guerra, o meglio, di quale guerra si sta discutendo. Non credo ad esempio che i fatti di Parigi siano una dichiarazione di guerra da parte dell’ISIS: tuttalpiù è un’accettazione della dichiarazione di guerra fatta innanzitutto dalla Francia, o più in generale dagli Stati occidentali, all’ISIS. L’Islamic State of Iraq and Syria, ISIS appunto, nasce come Stato islamista, con una propria struttura governativa, legislativa, militare e punitiva; con le proprie carceri, la propria polizia, i propri sudditi-cittadini da difendere e sottomettere. Nella struttura niente di diverso quindi rispetto alla concezione di Stato come istituzione politica nella quale, in sé, l’ISIS riesce a racchiudere tutte le caratteristiche immanenti ad uno Stato e che vengono identificate come sovranità. Storicamente parlando, anche gli Stati a noi più comuni, e che oggi si ritrovano a fare i conti contro e con i nuovi soggetti entrati nello scenario globale per il controllo dei territori, delle ricchezze e delle culture, come ad esempio l’ISIS per l’appunto, nel passato hanno speso le proprie risorse per l’allargamento dei propri confini e domini. Quei secoli sono stati identificati come colonialismo. Ad oggi l’ISIS sta praticando, o quanto meno tentando di metterle in atto, le stesse politiche colonialiste che per secoli gli stati monarchici, le democrazie parlamentari e presidenziali hanno condotto e che tutt’oggi producono i loro effetti. In questo scenario, l’avanzata dei nazi-islamisti dell’ISIS, s’inserisce come un soggetto politico-statale tanto nuovo, attualizzandolo ai giorni nostri, quanto datato se paragonato agli Stati confessionali esistiti ed esistenti e di qualsiasi confessione religiosa appartenuti e appartenenti. Pertanto, a mio parare, l’ISIS non potrebbe mai essere capito nella sua interezza fino a quando verrà inquadrato come un’associazione con finalità meramente terroristiche la quale cerca di imporre un proprio dominio culturale; ma bensì, l’Islamic State of Iraq and Syria, andrebbe preso in considerazione come un vero e proprio Stato che attraverso il terrorismo armato, utilizza la propria manovalanza volontaria per espandere i propri confini e la propria potenza. Torno a ripetere: nei metodi, nulla di diverso dal passato. L’Italia ad esempio è stata unificata anche attraverso un’operazione terroristica militare e sanguinaria guidata da Garibaldi che ha previsto il soffocamento delle istanze nascenti nel meridione. Ad oggi invece, le potenze mondiali aderenti alla NATO, all’UE e all’ONU, tra cui la stessa Francia, portano avanti guerre imperialiste di invasione territoriale principalmente per la corsa all’accaparramento delle risorse energetiche. Il punto di rottura che differenzia l’azione militare degli Stati riconosciuti rispetto all’azione militare degli altri Stati non riconosciuti, come ad esempio l’ISIS, e che nell’opinione pubblica rende la prima un’operazione di pace, o di peace-keeping e della seconda un atto di terrorismo, è la giuridicità delle due azioni. Gli Stati riconosciuti come tali mantengono anche il controllo del terrorismo, diventando così essi stessi unici possessori del diritto di esternalizzare la loro sovranità attraverso la legalizzazione degli interventi militari. La guerra viene quindi positivizzata attraverso l’approvazione di norme e trattati internazionali, così la guerra legale resta solo quella messa in pratica dagli stessi Stati ratificanti. Da questo discende il monopolio della cultura della guerra legale che viene giustificata dalla democratizzazione dei territori, rendendo terrorismo tutto ciò che è al di fuori di questa positivizzazione-legalizzazione-normazione dell’utilizzo delle armi. Ma a ben vedere non c’è nulla che differenzia le stragi dell’ISIS, in qualsiasi parte del mondo queste vengano portate a compimento, rispetto agli interventi militari istituzionalizzati dagli Stati riconosciuti. Così ad esempio, nulla diversifica la strage di Parigi dove hanno perso la vita civili inermi, rispetto al bombardamento di un ospedale di Medici Senza Frontiere a Kunduz, in Afghanistan, da parte della NATO e che ha fatto decine di morti (tra cui tre bambini). Questa diversa identificazione giuridica porta quindi ad una conclusione disomogenea: da una parte l’intervento militare di uno Stato riconosciuto diventa un mezzo, mentre l’intervento militare di uno Stato non riconosciuto come tale dai primi resta ed è il fine, e quindi terrorismo. Tornando a prendere come esempio l’attentato di Parigi, l’ISIS non ha semplicemente compiuto un’azione terroristica, ma ha anche compiuto un’azione di guerra, tanto quanto è terrorismo e guerra quelle azioni militari della NATO, dell’UE e dell’ONU e in cui perdono la vita migliaia di civili. All’interno di questo vortice che porta gli uni e gli altri a rinfacciarsi colpe e responsabilità, si genera anche e soprattutto la cultura giustificatrice dell’utilizzo delle armi come lotta al terrorismo. Gli Stati, per loro stessa natura, attuano il principio della guerra come mezzo per il dominio, l’accrescimento del controllo delle ricchezze e il controllo della sicurezza. Pertanto il fine ultimo dei popoli, non dovrebbe restare all’interno della lotta contro il nazi-islamismo dell’ISIS, ma dovrebbe portare a lottare contro il fondamentalismo e fanatismo statalista.

“Terrorista è lo Stato”, si chiami esso Francia, USA, Italia, Inghilterra o ISIS.

Anarchismo e antispecismo: un rapporto inscindibile

L’antispecismo, quella forma di lotta per la liberazione animale, rappresenta un argomento che nel corso degli anni ha sollevato accese discussioni all’interno dei gruppi anarchici. In particolare ci si chiede se l’antispecismo rappresenta o meno una lotta insita nell’anarchismo. Cos’è che differenzia lo specismo dal razzismo o dal sessismo? Non è forse lo specismo una delle varie strutture gerarchiche di dominio al pari delle altre? Può parlarsi di anarchismo senza antispecismo?


Un chiarimento terminologico

All’interno del movimento anarchico globale, da decenni, si porta avanti la discussione intorno all’antispecismo e, in particolare, di come il movimento libertario dovrebbe approcciarsi ad esso. Nello specifico, ci si chiede se l’antispecismo dev’essere o meno considerata una componente essenziale nella definizione di anarchismo e di anti-autoritarismo.

Com’è noto, l’antispecismo, rappresenta quella corrente filosofica, culturale e politica per cui nessuna specie animale, sia essa umana che non-umana, è considerata al di sopra e/o superiore alle altre. Per questo, è antispecismo, quell’insieme di pratiche quotidiane volte all’abbattimento dello sfruttamento delle specie animali, e che a queste provocano danno e sofferenza, per trarre esclusivo vantaggio e godimento a favore di un’altra. Alla base di ciò, c’è il pieno riconoscimento del diritto alla vita e alla non-sofferenza di tutti gli esseri animali. Di contro, ovviamente, c’è lo specismo che considera una specie come superiore alle altre e, pertanto, si accaparra, in maniera del tutto autoritaria, il diritto di disporre della vita delle altre specie. L’antispecismo quindi, si batte per la liberazione totale degli esseri animali, senza distinzioni alcune rispetto alla specie di appartenenza.

È bene precisare che nella discussione in oggetto, sarebbe del tutto irragionevole adoperare la distinzione tra specie umane e non-umane, in quanto si porrebbe inevitabilmente anch’essa come una differenziazione specista. Infatti, la divisione tra animali umani e non-umani, andrebbe a considerare l’umano come fulcro per la distinzione di questo rispetto alle altre specie animali con un approccio chiaramente gerarchico. L’umano, secondo l’approccio antispecista, è considerato solo come una delle milioni di specie presenti sulla Terra, avente così pari dignità e diritto alla vita riconosciuti a tutte le altre specie animali. Pertanto, in questo contesto, se non rappresenta significato alcuno la differenziazione specista tra animali umani e non-umani, se non al fine di favorire una discussione terminologica e dialettica più lineare e fluida, allo stesso modo in assoluto non viene riconosciuta la divisione antropocentrica e comunemente accettata tra umani e animali come appartenenti a due mondi diversi e distanti. Ad ogni modo, va detto che l’antispecismo è una corrente culturale e politica nata per contrastare il dominio dell’animale umano sulle altre specie animali e che, per questo, la pratica della liberazione animale che viene messa in atto è prettamente umana. Perciò, laddove la distinzione tra animale umano e animale non-umano potrebbe essere considerata legittima in senso antispecista, è solo a condizione che questa non venga inquadrata come differenziazione naturale e assoluta, ma bensì, come il riscontro di un volontario e meccanico sganciamento del vivere umano rispetto alle società non-umane, ossia rispetto alla restante società naturale – ed è qui che va a concrettizzarsi l’antropocentrica e specista distinzione finora discussa –  la quale include le società animali, l’ambiente, e l’interazione tra queste due.      

Specismo come categoria di dominazione

Lo specismo altro non rappresenta che una delle varie forme di dominio dell’essere umano sulle società non-umane. O meglio, lo specismo, è solo la gerarchia imposta dall’animale umano nell’interazione con gli animali non-umani. In effetti, a ben guardare, le società strutturate in maniera verticistica e gerarchica, impongono la subordinazione di uno o più individui a vantaggio di altri. Così, ad esempio, il razzismo impone la subordinazione di alcuni individui rispetto ad altri sull’errata considerazione della differenza biologica su base razziale; allo stesso modo il sessismo in base all’identità sessuale, così come il maschilismo e l’omofobia; ancora, il classismo, impone la subordinazione di alcuni individui rispetto ad altri in base all’appartenza ad una determinata classe sociale; l’etnocentrismo su base etnica impone la supremazia di un’etnia sulle altre o il nazionalismo su base nazionale. Lo specismo così, impone la subordinazione di tutte le specie animali non-umane agli interessi dell’unica specie animale umana.

L’anarchismo, che nasce proprio dalla lotta per la distruzione del dominio, del potere, dell’autorità e delle gerarchie, non può non prendere in considerazione l’antispecismo al fianco dell’antisessismo, dell’antirazzismo, dell’antiautoritarismo per la costruzione di una società libertaria. Infatti, la supremazia umana rispetto agli animali non-umani, è imposta sulla mera appartenenza degli uni e degli altri a specie diverse tra loro, così come ogni gerarchia sociale nasce dall’appartenenza a gruppi sociali portatori di interessi diversi tra loro. Le gerarchie quindi cadono e vengono abolite laddove la distinzione di appartenenza non si pone come limite, ma quando c’è il riconoscimento della diversità utile solo per il perseguimento di interessi differenti. Se questo riconoscimento vale ed è valso in passato nel rapporto tra umani, l’anarchismo dovrebbe riconoscere le differenze tra animale umano e animale non-umano come delle caratteristiche peculiari ma non legittimitanti lo sfruttamento dei secondi ad opera dei primi. A tal proposito, basti pensare ad esempio che lo schiavismo, sin dalle civiltà antiche fino all’età moderna, è stato giuridicamente regolamentato fino alla sua abolizione (su questo bisognerebbe ragionare se lo schiavismo ha semplicemente cambiato forme rispetto al passato) avvenuta quando, giusto per esemplificare, il colore nero della pelle è stato riconosciuto come caratteristica dovuta alla melanina e non per identificare un’inferiorità. Stesso discorso può farsi rispetto al colonialismo o alle leggi razziali.

Ciò che non va dimenticato, è che l’evoluzione delle specie in base alle proprie necessità, ha portato queste a sviluppare caratteristiche diverse tra loro le quali non possono in alcun modo essere considerate come grado di valutazione di inferiorità e superiorità e, di conseguenza, per il loro sfruttamento, ma bensì come semplici differenze evoluzionistiche.

Conclusioni

Da parte di chi scrive non c’è la volontà di porsi come giudice giudicante la condotta altrui, né la volontà di stilare una sorta di “costituzione anarchica” da cui far emergere i princìpi dell’anarchismo. Personalmente però, il mio approccio all’anarchismo, prevede anche la distruzione dello specismo inquadrato come gerarchia dominatrice e sfruttatrice, al pari di altre strutture gerarchiche e con le quali lo specismo condivide la stessa comune radice. A tal proposito credo che lo specismo si sviluppi nello stesso modo in cui si sviluppa il razzismo, il sessismo, il classismo, il patriarcato, il maschilismo, l’omofobia, lo schiavismo, l’antropocentrismo, l’etnocentrismo, il colonialismo, il nazionalismo, il capitalismo e tutte quelle forme di dominio economico, sociale, culturale, di appartenenza e di identità. Pertanto, la lotta per la liberazione totale, non potrebbe essere considerata compiuta fin quando anche lo specismo non verrà sdradicato e distrutto.

Le frontiere sono lo Stato!

Le frontiere nascono come concetto immanente allo Stato, come condizione necessaria alla soddisfazione dei requisiti naturali dell’istituzione statale. Ogni critica e richiesta contro la chiusura dei confini risulta inconcludente senza la totale delegittimazione dello Stato e dei suoi prodotti.


AStA's Choice - No Nation02

Da Ventimiglia a Lampedusa, come in tutto il resto d’Europa, le istanze dei popoli e delle comunità in migrazione, o più semplicemente in viaggio, dipende dai punti di vista, sono riuscite ad imporre all’attenzione pubblica temi che fino a poco tempo fa risultavano distanti. Ma oggi, grazie a quelle persone, e anche ai tanti e alle tante solidali a far da spalla, quelle che sembravano essere tematiche non appartenenti alla sfera personale e sociale dei più, sono state ridiscusse e rinnovate dando loro la priorità e l’importanza di cui necessitavano. Tutto questo però, è stato reso praticabile solo grazie alla paura di esprimersi che è stata messa da parte e, ancora, grazie alla fondamentale irriverenza nei confronti del pensiero comune e mass-mediatico che quasi sempre si erge da fondamenta xenofobe e razziste. Si continua così a produrre pensiero critico senza il timore di essere utopici, perché le risposte che vengono date, sono attuali e concrete tanto quanto lo sono le cause che spesso spingono le persone a migrare e travalicare confini e “red zone”, anche rischiando la propria vita. Così, l’esistenza di persone in cerca non solo di futuro, ma anche di presente, è stato messo davanti agli occhi e sulla bocca di molti riuscendo a far capire che si sta parlando di vite umane tangibili, reali. Partendo da questo assunto per cui si sta trattando di persone prima che di migranti, la cui identificazione viene spesso costruita in base al colore della pelle, o dalla validità giuridica e del tutto politica di un documento, o anche dalla quantità di proprietà materiali del soggetto, la critica nei confronti del sistema di attraversamento dei confini rimarrebbe fine a sé stessa qualora questa non vada a coinvolgere la critica allo Stato mettendolo così in discussione.

La dottrina giuridico-costituzionale identifica lo Stato in quell’istituzione politica la quale, attraverso l’uso della forza legittima, esercita il potere sovrano sui cittadini all’interno di un determinato e delimitato territorio. Così, su questo delimitato territorio, lo Stato può stabilire norme di comportamento alla cui violazione segue una punizione. Ed è proprio da ciò che discende la connaturata formazione di frontiere e confini di uno Stato protetto da forze di polizia ed eserciti. Immaginare uno Stato-aperto, quindi senza confini, è un ossimoro, la vera utopia. Si potrebbe tutt’al più ragionare in chiave di democratizzazione di quei confini ad esempio allargando le maglie per gli ingressi legittimi, ma questo andrebbe comunque a instaurare un insieme di norme di ingresso che non eliminerebbe la distinzione tra persone regolari e irregolari e che, inevitabilmente, andrebbe a prevedere la punizione per i tanti che entrerebbero illegalmente.

A tal proposito, il dibattito intorno all’accoglienza e alle migrazioni, dovrebbe essere inquadrato in chiave distruttiva-costruttiva: partendo quindi dal presupposto che qualsiasi forma di Stato prevederebbe la formazione di frontiere e regole per il controllo delle stesse, bisogna radicalizzare la critica nei confronti dello Stato levandogli la legittimazione e il riconoscimento etico e morale e, di contro, favorire la realizzazione di pratiche libere dal compromesso statale e istituzionale.

Lo Stato viene naturalmente concepito come istituzione chiusa e guerrafondaia e, per questo, bisognosa di protezione giuridica e armata perché in sé, ovvero all’interno delle sue frontiere, sono riunite le diverse proprietà e ricchezze economiche; in questo contesto quindi, le frontiere esterne sono solo l’ultima espressione meccanica del concetto politico su cui si materializza l’istituzione statale. A tal proposito pertanto, risulta insufficiente la critica al confine senza muovere i passi da un punto di partenza precedente, ossia dalla totale delegittimazione dello Stato, delle sue norme, nonché dei suoi rappresentanti.

Sgombero Presidio No Border Ventimiglia: a far paura è l’accoglienza autogestita

ANCORA SULLO SGOMBERO DI VENTIMIGLIA

Dopo l’ennesima violenza di Stato ai danni del Presidio No Border di Ventimiglia, è necessario ragionare sul perché dello sgombero avvenuto il 30 settembre. Discutere sul perché quel Presidio era scomodo, sul perché lo Stato e i suoi funzionari nei partiti hanno deciso di manganellare quelle persone. A Ventimiglia, in quella pineta, si era creata una comunità critica, pensante, ma soprattutto autogestita.


fotovent Dopo oltre tre mesi di permanenza, il 30 settembre scorso, un folto dispiegamento di forze dell’ordine ha violentemente sgomberato il Presidio No Border di Ventimiglia distruggendo tende, cibo e tutto il materiale necessario per la costruzione del Presidio, oltre a trattenere e denunciare molti dei presenti che si opponevano alla brutalità di Stato.

Era il giugno del 2015 quando alcuni migranti, nel tentativo di oltrepassare i confini italo-francesi, vennero bloccati dalle autorità transalpine e respinti indietro, tutto con l’aiuto delle forze dell’ordine italiane. Da allora decine di solidali non hanno fatto mancare il loro sostegno a quelle persone che per giorni sono rimaste accampate sugli scogli per poi trasferirsi, nel giro di qualche giorno, nel Presidio allestito nella pineta dei “Balzi Rossi” dove vennero costruite docce, cucine, bagni e posti dove dormire. In quel Presidio potevano trovare rifugio le tante persone in transito verso il Nord Europa le quali, oltre a praticare la quotidiana resistenza e lotta all’idea della frontiera di Stato, hanno messo alla luce tutte le contraddizioni insite nella struttura politica e normativa della Fortezza Europa. A volere lo sgombero è stato innanzitutto il sindaco-sceriffo PD Enrico Ioculano il quale si è da subito opposto al Presidio, tanto da affermare che quelle persone offendevano la città. Ma non era il solo: infatti, Ioculano, poteva contare sul pieno sostegno del governatore della Liguria Giovanni Toti di Forza Italia e, come dubitarne, di tutto il fascioleghismo della Lega Nord di Matteo Salvini.

Ad ogni modo, oltre tutte le parole di solidarietà già largamente espresse da più fronti antagonisti, bisogna ragionare sul come e perché lo sgombero si pone in linea con tutta la politica xenofoba e razzista che i governi europei stanno portando avanti e che, in sostanza, lancia a tutti i migranti e solidali un messaggio chiaro e forte il quale afferma che su queste terre non c’è spazio per le loro vite. Qui non si tratta di non permettere a queste persone di presidiare e chiedere l’apertura delle frontiere, qui si sta mandando loro un messaggio tanto conciso quanto brutale che dice “NON DOVETE ESISTERE!”. O almeno non in questi modi. Infatti l’Europa, oltre a imporre le frontiere e i modi per superarli, vuole tenere tra le mani il monopolio della permanenza sui territori di sua proprietà e i termini e le condizioni dell’accoglienza. Difatti, le esperienze e le dinamiche che si stavano costruendo e portando avanti con il Presidio No Border di Ventimiglia, erano basate sull’autodeterminazione plenaria e unanimistica dei bisogni e delle esigenze e, di conseguenza, anche i modi e i tempi della costruzione di una rete aperta, plurale e fortemente critica. Tutto questo, com’è facile immaginare, va contro qualsiasi logica statale e accentratrice della gestione dell’accoglienza la quale, come su queste pagine già espresso, si basa su criteri innanzitutto discriminatori, ma anche profondamente commerciali. Il business e il giro di guadagni largamente diffusi, tutti a vantaggio delle casse di migliaia di cooperative e associazioni più o meno filo-istituzionali che negli ultimi mesi hanno visto una crescita esponenziale, senza dimenticare inoltre i grandi affari dei proprietari di hotel, campeggi e residence in via di fallimento prima dei flussi migratori, verrebbero minati con la diffusione di pratiche come quelle del Presidio No Border di Ventimiglia in quanto basate sull’autorganizzazione e sull’autogestione delle istanze. Infatti, lontani dalle logiche paternalistiche e assistenzialistiche dell’accoglienza statale, a Ventimiglia si è concretizzata l’applicazione dei diritti umani oltre la disumana distinzione, imposta dai governi, gli Stati e i trattati tra questi ratificati, per cui esisterebbero profughi e migranti economici e secondo cui l’accoglienza può essere rivolta solo in favore dei primi a discapito di migliaia di altre persone in cerca di uno spazio da abitare. Questa rete di soldiarietà e autorganizzazione, inoltre, non permette il proliferare dell’idea di uno “sdebitamento” morale del migrante nei confronti della società che lo ospiterebbe che passa soprattutto attraverso gli accordi tra Enti Locali, Prefetture e cooperative sociali per far svolgere quello che questi soggetti definiscono “lavoro socialmente utile” a costo zero e in favore della collettività, ma che sarebbe meglio definirlo sfruttamento (prima psicologico che fisico).

Insomma, quello che è apparso solo come uno sgombero materiale del Presidio No Border di Ventimiglia, in realtà, è anch’esso politica migratoria statale ed europea che si basa su criteri fortemente economistici e aziendalisti dell’accoglienza e dello sfruttamento di questa. La pratica dell’accoglienza indiscriminata e aprioristica a vantaggio di tutti indistintamente, quella stessa accoglienza per cui la persona si spende per sé stessa e per la collettività di cui fa parte e con cui condivide gli stessi bisogni, è una pratica importante e fondamentale per far fronte ai grandi e loschi affari dell’accoglienza clientelare.

Una guerra permanente: tutte le operazioni militari italiane

Nel giro di poche ore l’Italia potrebbe iniziare una nuova guerra in Iraq al fianco degli Stati Uniti. Infatti, stando anche a quanto confermato da Renzi al Consiglio di Sicurezza ONU, lo Stato italiano dovrebbe inviare tornado cacciabombardieri per attaccare alcune postazioni dell’ISIS. Questa nuova missione va ad aggiungersi alle trenta operazioni militari internazionali in corso le quali producono una spesa di oltre 57 miliardi di euro. 


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Attualmente l’Italia risulta impegnata in ben trenta operazioni militari internazionali e due nazionali (l’operazione Strade Sicure avviata nel 2008 e l’operazione Mare Sicuro avviata nel 2015). Tutte queste missioni vedono il dispiegamento di militari dall’Asia all’Africa, passando per il Medio Oriente e il Mediterraneo. Attraverso l’utilizzo di personale, mezzi, navi e aerei da parte dell’Esercito, Marina, Aeronautica e Carabinieri, ad oggi, stando a quanto emerso dal Documento Programmatico Pluriennale della Difesa per il triennio 2015-2017, lo Stato italiano ha stanziato 19.371,2 milioni di euro per il 2015, a cui vanno aggiunti 18.861,3 milioni per il 2016 e 18.874,4 per il 2017, per una spesa complessiva di 57.106,9 milioni di euro.

Per quel che riguarda gli interventi ONU, l’Italia è impegnata in Libano con l’operazione Leonte partita nel 2006 con al Risoluzione n. 1701/2006 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, con la quale i circa 1.100 militari italiani servono a rinforzare la meglio conosciuta missione UNIFIL iniziata nel 1978; inoltre, sempre in ambito ONU, lo Stato italiano partecipa in Mali alla missione MINUSMA decisa con la Risoluzione n. 2100/2013 (va sottolineato che l’Italia ha partecipato fino al primo trimestre del 2015 in altre quattro missioni militari a guida ONU – Missione UNFICYP, Missione UNMOGIP, Missione UNTSO e Missione MINURSO).

In ambito di Politica di Sicurezza e Difesa Comune (PSDC) dell’Unione Europea, il contributo militare italiano viene impiegato in quattordici missioni militari. La più conosciuta tra queste è l’Operazione Joint Operation Triton lanciata il 1 novembre 2014 e condotta dall’agenzia militare europea FRONTEX. L’operazione Triton, volta al controllo delle frontiere marittime per il contrasto dell’immigrazione cosiddetta illegale, a seguito del consiglio europeo straordinario del 23 aprile 2015, ha visto il triplicarsi dei fondi di finanziamento e l’aumento dei mezzi militari di sostegno. Sempre in ambito marittimo e mediterraneo, dal 27 giugno scorso, l’Italia partecipa all’operazione EUNAVFORMED la quale opera nel Mediterraneo centrale sempre al fine di contrastare le migrazioni irregolari via mare prevalentemente provenienti dalla Libia. A quest’ultima missione partecipano, oltre all’Italia, quattordici Stati membri (Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi,  Regno Unito, Slovenia, Spagna, Svezia e Ungheria). In Asia e Medioriente l’Italia insieme all’UE, Canada, Nuova Zelanda e Norvegia, è operativa in Afghanistan con la missione EUPOL, partita nel 2007, con la quale si occupa della formazione della polizia nazionale afgana. Nella Striscia di Gaza, l’esercito italiano, attraverso la missione EU BAM Rafah avviata nel 2005, opera nell’attività di controllo e gestione dei flussi di attraversamento del valico di frontiera di Rafah al confine tra Palestina e Egitto. Nei Balcani, dal 2004, lo Stato italiano partecipa alla missione EUFOR Althea in Bosnia Erzegovina per la formazione e l’addestramento delle forze armate bosniache e, sempre per la formazione delle autorità giudiziarie e di polizia, dal 2008 l’Italia è attiva nella missione EULEX Kosovo con la presenza di carabinieri e Guardia di Finanza, oltre ad alcuni rappresentanti del Ministero di Giustizia. Sul fronte africano, le missioni dell’UE a cui anche l’Italia prende parte, sono principalmente finalizzate al controllo delle frontiere e nell’addestramento delle forze militari e di polizia locali. A tal fine i militari italiani sono presenti in due distinte operazioni in Mali, la EUTM Mali avviata nel gennaio del 2013 e la EUCAP Sahel Mali iniziata nell’aprile del 2014; in Niger con la missione EUCAP Sahel Niger partita nel 2012; dal febbraio 2010 è attiva la missione EUTM Somalia della quale l’Italia è al comando fino al 2016; in Libia i soldati italiani intervengono attraverso la missione EUBAM dal maggio del 2013 e, infine, dal dicembre del 2011 l’UE, insieme all’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO), l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC) ed il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (PNUS), ha avviato la missione EUCAP Nestor nel Corno d’Africa condotta in Somalia, Gibuti, Kenya, Seichelles e Tanzania. Inoltre, l’UE in paternariato con la NATO, è attiva in due operazioni antipirateria al largo delle coste somale in una zona compresa tra il Mar Rosso, il Golfo di Aden e parte dell’Oceano Indiano, ossia le missioni EUNAVFOR ATALANTA e OCEAN SHIELD, avviate rispettivamente nel 2008 e nel 2009 (quelle che hanno coinvolto i due marò italiani i quali nel 2012 uccisero Pinku e Jalastin, i due pescatori indiani di 25 e 45 anni).

Con la NATO i militari italiani sono impegnati in azioni oltre che marittime e terrestri, anche aeree. Così l’Italia è attiva in Afghanistan nella missione Resolute Support avviata nel gennaio del 2015 appena dopo la conclusione della missione ISAF terminata il 31 dicembre 2014; nei Balcani, nel 2004, la NATO ha riunito in un’unica operazione denominata Joint Enterprise le attività militari iniziate nel 1999 condotte in Kosovo, Macedonia e Bosnia Erzegovina, rispettivamente KFOR, NATO HQ Skopje e NATO HQ Sarajevo, in cui è presente un consistente gruppo di militari italiani; lungo il confine turco-siriano dal 2012 è partita l’operazione Active Fence della NATO la quale, su richiesta della Turchia, ha schierato batterie antimissili “Patriot” a protezione del territorio e lo Stato italiano partecipa attraverso il Communication Information System GROUP. L’Italia, con l’utilizzo di quattro velivoli dislocati presso la base aerea lituana di Siauliai, è coinvolta nella Baltic Air Policing, una Task Force aerea condotta dalla NATO sui cieli dei Paesi Baltici avviata nel 2015. Dal 2001, nel Mediterraneo, è attiva l’operazione Active Endeavour sotto il controllo NATO e a cui la Marina Militare italiana partecipa con azioni di monitoraggio e controllo in chiave anti-terroristica.

Oltre alle operazioni sotto il controllo ONU, UE e NATO, l’Italia è coinvolta in altre azioni militari bilaterali e multilaterali in Iraq, dal 2014, con la missione Prima Parthica al fianco degli USA; in Somalia con la missione MIADIT avviata nel 2013; in Palestina dal 2015 con l’operazione anch’essa denominata MIADIT; dal 2002 negli Emirati Arabi Uniti con la Task Force Air – Al Bateen; in Palestina con la missione TIPH 2 avviata nel 2006; in Egitto il contingente italiano svolge il ruolo di pattugliamento e controllo dello Stretto di Tiran nella missione MFO; infine, in Libano, al fine di rinforzare l’International Support Group for Lebanon (ISG), i militari italiani sono operativi nella missione MIBIL.